La rivincita del mercato

Lo spettro della Grande depressione non si aggira più per l’Europa. Lo confermano le stime della Bce, che giovedì ha parlato di una crescita positiva, a livello mondiale, nel secondo trimestre 2009. Lo ha certificato il Centro studi di Confindustria, allontanando “il paragone col ’29”. La produzione industriale a luglio ha ricominciato a crescere, dopo la pausa di giugno, e, secondo l’indice composito dell’Ocse, il cosiddetto superindice, l’Italia, assieme alla Francia, è il paese che ha registrato il maggiore incremento tra i paesi sviluppati.
10 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 22:54
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Lo testimoniano indicatori sempre più numerosi: i prezzi petroliferi che tengono, il rigetto del populismo da parte del G20, che si è limitato a una generica ramanzina sulla questione dei bonus dei banchieri, il risveglio delle acquisizioni e delle fusioni tra colossi industriali e dei servizi (dal caso Kraft al processo di consolidamento in settori come le telecomunicazioni e l’energia). Lo dice la ripresa dei consumi, dall’automobile in Cina fino ai corporate bond in Italia. Fare del facile ottimismo sarebbe fuori luogo, perché la situazione è ancora seria. Un fatto però sembra acquisito: il capitalismo è sopravvissuto a quello che doveva essere il suo funerale. Un grande intellettuale americano, misconosciuto in Italia, Aaron Wildavsky, ha spiegato che le istituzioni di mercato hanno la virtù della resilienza: a meno che non siano regole sbagliate a distorcerne il funzionamento, esse possono piegarsi, ma difficilmente si spezzano. Il ciclone della crisi ha contribuito a far pulizia di imprese e interi modelli di business, come le banche d’affari, che non erano in grado di bilanciare rischi e rendimenti.
Adesso è il momento in cui la distruzione si fa creatrice: è un passaggio delicato, che tuttavia segna l’inversione di marcia, il ritorno alla normalità. Ai profeti di sventura che prevedevano la fine di un mondo, si potrebbe rispondere che il mercato è come i diamanti: per sempre. La caratteristica principale del mercato capitalistico è la costante trasformazione, settori obsoleti si trasferiscono in aree meno sviluppate, sostituiti da quelli a maggiore valore aggiunto e che incorporano maggiore tecnologia e professionalità. Per questo l’idea di rispondere alla crisi come a un terremoto, chiedendo di ricostruire tutto “dov’era e com’era” è illusoria e persino pericolosa. E’ un bene, naturalmente, che ormai a metà settembre non si contino le migliaia di aziende che, secondo i pessimisti, non avrebbero riaperto i battenti dopo le ferie estive. Questo dato positivo, probabilmente, è anche l’effetto della metamorfosi silenziosa che l’apparato produttivo italiano aveva subito per adattarsi con la flessibilità consentita soprattutto alle imprese di medie dimensioni, alle trasformazioni del mercato. Vista nella prospettiva della crisi globale, anche la maggiore difficoltà italiana, la dimensione colossale del suo debito pubblico, risulta relativamente ridimensionata.
Anche il nostro debito è cresciuto, ma assai meno di quello dei nostri partner, così le distanze relative si sono ridotte, il che tra l’altro spiega perché il mercato non avverta il rischio Italia, che era stato evocato in previsione dell’emissione di titoli di stato in concorrenza, questa volta, con analoghe iniziative di tanti altri paesi. Il ritmo della ripresa, naturalmente, dipende dall’espansione del mercato mondiale, soprattutto sotto il profilo della domanda di beni di investimento, ancora debole, come dimostra l’andamento tuttora frenato delle esportazioni di macchine utensili, un settore particolarmente rilevante per l’Italia. Il sistema complessivo, comunque, pare si sia disintossicato dall’overdose di strumenti finanziari illusori (o anche esplicitamente truffaldini), che non vanno confusi con quelli che comunque comportano un rischio. Altre intossicazioni saranno più lunghe da smaltire, come per esempio la colossale bolla edilizia che è scoppiata in vari paesi, a cominciare dalla Spagna. Il vero rischio che pare sia stato evitato, seppure non completamente, era l’ingessatura del mercato a causa della paura del rischio, ovviamente di quel rischio calcolato senza il quale lo spirito d’impresa rinsecchisce e l’economia si ferma. L’esigenza di una più efficace regolamentazione del mercato finanziario, di per sé sacrosanta, si prestava a un’interpretazione dirigistica che avrebbe inevitabilmente portato a eccessi di burocratizzazione e in sostanza alla occlusione dei canali di finanziamento del rischio, automaticamente assimilati all’avventurismo delle moderne catene di sant’Antonio alla Madoff. La vischiosità del sistema politico globale e persino le resistenze corporative hanno fatto perdere (o guadagnare?) tempo, così oggi si può ragionare di regolamentazione dei mercati fuori dall’emergenza e senza eccessi di quel moralismo demagogico che porta inevitabilmente alla paralisi.